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Economia : Visco, l’Italia diventa forte (Mi.Fi.)

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MILANO (MF-DJ)–La crescita dell’economia è sorprendente, ma per renderla più forte nei prossimi anni ora servono più investimenti e meno sostegni al reddito, mentre va da subito ridotto il disavanzo. La Bce manterrà condizioni molto favorevoli di finanziamento e non toccherà i tassi fino a quando l’inflazione non sarà stabilmente al 2%. Il problema Mps andrà risolto nel rispetto del mercato e la finanza potrà aiutare il clima se si supereranno le distanze politiche emerse. Il Governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco, in questa intervista esclusiva a ClassCnbc traccia il bilancio del lavoro di Bankitalia per il G20 italiano e spiega anche la sua proposta per un fondo comune europeo dedicato ad assorbire i debiti nazionali generati dalla pandemia negli ultimi due anni.

Domanda. Partiamo da qui: come andrà gestito il debito pubblico ora che stiamo uscendo dalla crisi?

Risposta. Abbiamo un’occasione straordinaria. In Europa è in corso una discussione sulla riforma delle regole del patto di stabilità e crescita. Da un lato abbiamo il debito emesso per Next Generation EU, dall’altra l’accumulo di quello che tutti i Paesi hanno contratto per la pandemia. Penso che questi debiti nazionali possano essere messi insieme senza mutualizzarli, mantenendo le responsabilità sui singoli Paesi, ma così garantendo una stabilità di fondo e una volatilità molto bassa sui differenziali d’interesse.

D. Un fondo d’ammortamento che ritiri titoli nazionali ed emetta debito europeo. Una proposta ambiziosa, che arriva dal Paese con il debito più alto in Europa.

R. Innanzitutto non possiamo tenere su di noi tutto questo debito senza fare attenzione al disavanzo. Dobbiamo iniziare a ridurlo e, poi, nel percorso di crescita, spostarci verso l’avanzo primario al netto degli interessi. Oggi dobbiamo finanziare investimenti, non trasferimenti. Al tempo stesso, a livello europeo dobbiamo capire che senza una unione fiscale e una facility comune di finanza pubblica la politica monetaria unica si confronta con l’assenza di un’attività priva di rischi.

D. Intanto l’Italia nei primi nove mesi è ripartita. Come legge la crescita del 6% già acquisita ad oggi?

R. Innanzitutto siamo sorpresi della rapidità della ripresa, molto superiore alle nostre attese. L’Italia tornerà a livelli pre pandemici nella prima metà del prossimo anno. Questo è l’effetto molto positivo della campagna di vaccinazioni e della forte spinta di finanza pubblica, che ora va indirizzata più sugli investimenti che sul sostegno dei redditi, perché questo dovrà passare dalla maggiore capacità di creare occupazione e sviluppo dell’economia. Negli ultimi tempi abbiamo osservato un rallentamento, ci sono strozzature, difficoltà oggettive sul piano delle materie prime e della energia, ma valutiamo che questo rialzo dei prezzi sia legato a quest’anno e al prossimo, poi dovrebbero rientrare. Ancora non siamo sicuri che questo rientro si consolidi intorno al 2%, che è l’obiettivo che ci siamo posti.

D. Pensate ancora che l’inflazione sia transitoria?

R. Gli ultimi dati la registrano al 3,1%. E potrà continuare a salire ancora un po’, perché gli aumenti dei prezzi dell’energia non sono stati ancora completamente assorbiti. Perché diventi un’inflazione permanente, però, occorre che ci siano quelli che gli economisti chiamano «effetti di secondo round» e questi non li vediamo ancora, soprattutto nel trasferimento dai prezzi all’ingrosso ai prezzi al consumo e nella crescita delle retribuzioni. Al momento l’inflazione è data da un aumento dei prezzi dell’energia. Così, è come se fosse un’imposta. E non dev’essere trasferita tra noi, ma assorbita cercando di crescere di più per recuperare la perdita.

D. Christine Lagarde ha escluso rialzi dei tassi anche il prossimo anno. Altre banche centrali sembrano più impazienti.

R. Come Bce abbiamo deciso all’unanimità di mantenere condizioni estremamente favorevoli proprio per mettere le economie su un trend di crescita che sia non solo sostenibile, ma anche sufficientemente elevato. Abbiamo ancora tassi negativi, quindi le attività reali sono finanziate in modo consistente e lo saranno ancora per tutto il prossimo anno. Su questa base abbiamo già dato indicazioni ai mercati che terremo i tassi a questi livelli fino a che non saremo veramente convinti di questo ritorno dell’inflazione stabilmente al 2%: se si torna lì, significa che le cose vanno meglio e allora i tassi si potranno muovere.

D. Le trimestrali delle banche italiane sono state molto positive. Qual è la vostra visione del settore dopo la pandemia?

R. Nel complesso, le banche sono sicuramente ben capitalizzate e con livelli di patrimonio sufficienti per far fronte ai rischi. Ovviamente con differenze al loro interno. Alcune sono ancora in condizioni difficili, anche se ne abbiamo facilitato il percorso con alcuni provvedimenti di Vigilanza, per esempio impedendo la distribuzione dei dividendi e raccomandando di essere cauti ora che possono staccarli. Ha aiutato anche la moratoria e le garanzie pubbliche sui crediti.

D. Si va verso la fine di questi provvedimenti…

R. Sì ed emergeranno insolvenze. Tutte le valutazioni che noi facciamo ci dicono che non raggiungeranno i livelli dell’ultima crisi finanziaria, o quelli della crisi dei debiti sovrani del 2011-2013, e che le banche sono sicuramente più resistenti di prima, ma nel momento in cui ci saranno valutazioni di insolvenza e rischi più alti sui loro attivi le banche dovranno rispondere con sufficienti rettifiche, in modo da garantire la propria stabilità.

D. La solidità passa dal consolidamento. Lei ha spinto più volte le banche su questa strada, anche per avere più risorse da investire in innovazione.

R. Tutti i servizi offerti dalle banche sono di fronte alla sfida del digitale. In questo campo molte hanno ancora bisogno di fare gli investimenti giusti, e forse non hanno le dimensioni per farli. Queste dimensioni si possono raggiungere con accordi e aggregazioni.

D. La trattativa tra Unicredit e Mps è fallita. Ora cosa succede?

R. Abbiamo seguito tutta la trattativa e la mia lettura è che riguardasse valutazioni sulla capacità d’assorbire le attività svolte dalla banca da acquisire da parte di un istituto che in parte è già distribuito sul territorio e che quindi ha dovuto fare le proprie analisi. Ora bisognerà considerare le alternative, e valutare come porsi nel confronto italiano e internazionale. Vedremo.

D. E deluso dalla rottura?

R. Dipende da cosa vuol dire deluso. Certamente c’è la necessità di risolvere il problema Mps. Questo riguarda particolarmente il settore pubblico, che ne è il proprietario al 64%. Ma siamo in un mercato, e nel mercato valgono delle regole che vanno rispettate: in particolare trasparenza e buona volontà.

D. Oggi l’emergenza è il clima. A Glasgow hanno parlato più uomini di finanza che politici e scienziati. Per passare dalle promesse ai fatti servono regole e dati. Voi ci avete lavorato durante l’anno del G20 italiano. Con quali risultati?

R. Nella parte finanziaria del G20 abbiamo lavorato su questioni relative a come si misurano gli effetti e il rischio del cambiamento climatico e a come le imprese possano valutare e rendere pubblici i valori delle loro emissioni. È quanto serve per poter indirizzare gli investimenti verso le imprese che inquinano meno. È stato un lavoro complesso, ma positivo.Abbiamo reso permanente un gruppo di lavoro presieduto da Usa e Cina, e si è definita una road map dal punto di vista tecnico per il finanziamento della sostenibilità ambientale.

D. In concreto, quali strumenti avete identificato?

R. La discussione sugli strumenti da usare è stata la più difficile. Coinvolge la tassazione, la regolamentazione, gli incentivi, gli investimenti in rinnovabili e altro. Sono tutte questioni sulle quali c’è stata più difficoltà. C’è più consapevolezza da parte di tutti, ma non c’è consenso su come e quando muoversi.

D. A Cop26 si sono fatte cifre enormi, come i 130 mila miliardi di dollari citati da Mark Carney. Ma senza dati coerenti non si possono allineare credito, investimenti e obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi.

R. Sì, c’è un problema di cosiddetto «Data Gap», ovvero di carenza di dati, ma anche di disclosures, cioè di come le aziende possono comunicarli con criteri condivisi e riconosciuti. Va affrontato attraverso rilevazioni centralizzate, e abbiamo dato istruzioni in questo senso al Fondo Monetario. C’è anche un problema di costi, e quindi di finanziamento. È vero che ci sono soldi a disposizione, ma la canalizzazione deve passare dal settore pubblico e da quello privato. Questo può contribuire, ma servono garanzie che i fondi che vanno in quella direzione siano ben spesi. E questo riguarda il ruolo delle banche di sviluppo, oltre che la banca mondiale. I Paesi avanzati metteranno a disposizione risorse per i Paesi più in difficoltà. È una decisione importante. Ma si tratta di un processo politico tout court, e in quanto tale risente di alcune distanze nelle relazioni tra i principali Paesi delle economie mondiali. Il Covid non ha aiutato il dialogo in remoto. Ora serve soprattutto che i grandi Paesi si parlino di più.

D. Sembra preoccupato. Quando si faranno altri passi in avanti?

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November 08, 2021 02:08 ET (07:08 GMT)

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